La Cosa che il Mare Cancella

Un esercizio nato senza chiamarlo esercizio: ore in riva al mare con i bambini piccoli, a scavare buche che l’acqua avrebbe cancellato. E che, in fondo, faccio ancora.

Autore: Mario Corallo · Data: 3 Agosto 2026

Questo esercizio me lo sono inventato senza sapere che fosse un esercizio.
Quando i bambini erano piccoli passavo ore in riva al mare a scavare buche. Ore vere. Quelle ore lente da spiaggia, in cui non succede niente e proprio per questo succede tutto.
Si scavava vicino all'acqua, nel punto in cui la sabbia è abbastanza compatta da tenere una forma ma abbastanza vicina al mare da essere sempre in pericolo. Facevamo canali, argini, fossati, piccole piscine, passaggi impossibili. Ogni tanto arrivava un'onda più lunga delle altre e rovinava tutto.
O meglio: faceva quello che il mare fa.
All'inizio provavi a difendere la costruzione. Alzavi un bordo, scavavi più in fretta, mettevi una mano davanti all'acqua come se una mano potesse davvero trattenerla. Poi capivi che non era quello il gioco. Il gioco non era vincere contro il mare. Il gioco era stare lì mentre il mare cancellava.
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Le buche hanno una loro intelligenza
Una buca nella sabbia sembra una cosa stupida. E infatti lo è, nel modo migliore.
Non produce niente. Non resta. Non si porta a casa. Non ha un risultato da mostrare, se non per qualche minuto. Se la fotografi sembra anche meno bella di com'era, perché la parte importante non era la buca: era il tempo passato a farla.
La sabbia sotto le dita. L'acqua fredda che entra di lato. I bambini che cambiano progetto ogni trenta secondi. Il secchiello che non basta mai. La concentrazione assoluta su una cosa destinata a sparire.
Mi sono accorto, molto dopo, che dentro quel gesto c'era già un pezzo enorme di quello che oggi chiamo distacco.
Fare una cosa con cura sapendo che non resterà.
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Non è una metafora elegante, è proprio una cosa da fare
Potrei raccontarla come una metafora della vita, del tempo, dell'impermanenza. Sarebbe vero, ma anche un po' troppo pulito.
La verità è più semplice: scavare una buca sulla riva fa bene.
Ti mette in una relazione fisica con qualcosa che non controlli. Tu fai, il mare disfa, tu rifai, il mare passa di nuovo. Dopo un po' smetti di viverla come una sconfitta. Diventa una conversazione.
Il punto non è costruire qualcosa che resista.
Il punto è accorgersi di quanto siamo abituati a volere che tutto resista: le foto, le prove, le chat, i ricordi, i risultati, le versioni migliori delle cose. Anche in vacanza, anche davanti al mare, una parte di noi vuole archiviare.
La buca invece no. La buca ti dice: fai adesso.
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E io lo faccio ancora
La cosa buffa è che lo faccio ancora.
Magari non per ore come quando i bambini erano piccoli. Magari non con la stessa scusa perfetta del gioco. Però se sono in spiaggia e ho un po' di tempo, prima o poi una mano nella sabbia ce la metto.
Traccio una linea. Scavo un bordo. Faccio una forma qualsiasi. La guardo durare pochissimo.
E ogni volta mi sembra che il corpo capisca una cosa che la testa dimentica continuamente: non tutto ciò che vale deve restare.
Alcune cose valgono perché le hai fatte. Perché ci sei stato dentro. Perché ti hanno preso cinque minuti di presenza vera e poi sono tornate al mare.
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L'esercizio
Da qui nasce La Cosa che il Mare Cancella.
È semplice:
1. vai sul bagnasciuga
2. disegna o scava qualcosa di piccolo
3. non fotografarlo
4. resta a guardare mentre acqua, vento e tempo lo modificano
5. non correggerlo subito
6. quando sparisce, lascialo sparire
Sembra poco. In realtà è una piccola palestra contro il bisogno di possedere ogni momento.
Non devi essere bravo. Non devi fare una cosa bella. Non devi nemmeno chiamarla pratica. Puoi farla con un bambino, da solo, dopo il bagno, prima di andare via, in quei dieci minuti strani in cui nessuno sa bene cosa fare.
Fai una cosa.
Guardala cambiare.
Lascia che il mare se la prenda.
Poi torna alla giornata un po' più leggero.